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domenica 9 giugno 2019

Umanità perfetta e carità apostolica

Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).


Addolcisci, Signore, il mio cuore con la fiamma della tua carità. 

1 - L’apostolato è espressione e frutto della charitas apostolica, ossia dell’amore di Dio e del prossimo, cresciuto fino a diventare zelo delle anime. Ma, accanto a questo, che è l’aspetto essenziale della carità che deve animare l’apostolo, vi sono aspetti secondari, direi quasi umani e che, tuttavia, hanno una grande importanza per permettere all'apostolo di far presa sulle anime. Intendiamo parlare di tutte quelle doti di affabilità, finezza di tratto, cortesia, socievolezza, sincerità, comprensione che di per sè sono doti umane, ma che, sopraelevate dalla grazia e usate ai fini dell’apostolato, acquistano un valore soprannaturale. Si tratta, in sostanza, di quelle qualità che S. Paolo attribuisce all’amore: « L’amore è longanime, è benigno… non s’irrita, non pensa il male,... gode della verità » (I Cor. 13, 4-6). 

Non basta amare le anime nel segreto del nostro cuore, lavorando e sacrificandoci per esse, ma bisogna che questo amore trapeli anche all'esterno attraverso un tratto amabile e piacevole in modo che, avvicinandoci, si sentano benvolute e quindi incoraggiate alla confidenza ed alla fiducia. Certi modi rudi, bruschi, impazienti sono la causa per cui molti si allontanano disgustati e forse anche scandalizzati. L’apostolo può ben avere un cuore d’oro, ricco di carità e dì zelo, ma se conserva una scorza rozza e pungente si preclude da sè la via per giungere alle anime, diminuendo notevolmente il bene che potrebbe fare. I Santi, pur essendo molto soprannaturali, non hanno mai trascurato questi aspetti più umani della carità; S. Francesco di Sales inculcava continuamente che, come si attirano più mosche con una stilla di miele che con un barile di aceto, così si conquistano più cuori con una briciola di dolcezza che con tante maniere ruvide. E S. Teresa di Gesù, che voleva le sue figlie unite dal vincolo di una pura carità soprannaturale, non credeva superfluo fare raccomandazioni come queste: « Più siete sante, più dovete mostrarvi affabili con le sorelle [...]. Se volete attirarvi il loro amore e fare ad esse del bene, dovete guardarvi da qualsiasi rustichezza » (Cam. 41, 7). Avviso utilissimo per chiunque voglia conquistare anime a Dio .

2 - […] Innalzando l’uomo al piano soprannaturale, Dio non ha inteso distruggere in lui ciò che già aveva creato, ma solamente sublimarlo, sopraelevarlo. Alla luce di questi principi si capisce perchè è stato detto che l’apostolo, come il sacerdote, deve essere un « perfetto gentiluomo » (Newman); si capisce perchè i santi sono anche gli uomini più perfetti nel senso che hanno portato alla maggmio perfezione e sublimazione le virtù naturali; si capisce perchè i santi, pur amando le creature con amore puramente soprannaturale, sono capaci, più degli altri, di circondarle di amabilità, di delicatezza, di comprensione, sì da conquistare con maggiore facilità il loro cuore. Del resto, è facile intendere che una perfetta cortesia sempre uguale a se stessa - anche con gli importuni ed anche nei momenti di stanchezza - può derivare solo da una profonda virtù soprannaturale, da una delicata carità. 


[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

mercoledì 1 maggio 2019

L’apostolato dell’esempio


Dagli scritti di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena (1893 – 1953).



O Signore, fa’ che la mia condotta sia tale da procurarti gloria ed attirare molte anime al tuo amore. 

1 - Accanto alla preghiera e al sacrificio, altra potente arma di apostolato, accessibile a tutti, è quella di una vita buona, di una vita santa. Non tutti possono predicare, non tutti hanno il dovere di ammonire o di esortare, non tutti possono attendere ad opere apostoliche, ma non vi è nessuno che non possa cooperare al bene spirituale del prossimo con l’esempio di una vita integralmente cristiana, coerente ai princìpi professati e fedele ai propri doveri. « Ognuno può giovare al prossimo se adempie il suo dovere », afferma il Crisostomo e aggiunge: « Nessuno sarebbe più pagano, se i cristiani fossero cristiani davvero, se davvero osservassero i precetti. La vita buona è una voce più acuta e più forte di una tromba ». La vita buona s’impone da sè, ha un’autorità ed esercita un fascino assai superiore a quello delle parole. 

Per un’anima che cerca la verità, che cerca la virtù, non è difficile trovare libri o maestri che ne parlino anche in forma attraente, ma è ben più difficile trovare persone la cui vita ne sia una testimonianza pratica. La mentalità moderna, assetata di esperienza, ha particolare bisogno di questi esemplari, capaci di offrire non solo belle teorie di vita spirituale, ma, soprattutto, incarnazioni concrete della virtù, dell’ideale di santità e di unione con Dio. Molto più che dal pensiero puro, le anime sono attratte dal pensiero vissuto, dagli ideali tradotti nella realtà della vita. Del resto, è questa la grande linea seguita da Dio stesso per manifestarsi agli uomini: il Verbo eterno si è incarnato e, attraverso la realtà così concreta e cosi umana della sua vita terrena, ci ha mostrato l’immenso amore di Dio per noi e le sue infinite perfezioni. Gesù, che possedeva le perfezioni divine, ha potuto dirci: « Siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5 , 48) e dicendoci così non solo ci mostrava l’ideale supremo della santità, ma ce ne offriva in se stesso il modello. L’apostolo deve battere la via battuta da Gesù incarnando nella sua vita quell’ideale di santità che vuol proporre agli altri; solo così si potrà affermare di lui, come del Signore: « coepit facere et docere » (At. 1, 1), cominciò prima a fare e poi ad insegnare. E solo così l’apostolo potrà ripetere, molto più con la sua condotta che con le parole, l’ardita frase paolina: « Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo » (I Cor. 4, 16). 

2 - Gesù, che ci ha insegnato a pregare, a digiunare, a fare elemosina nel segreto, affinchè solo il Padre celeste lo sappia e ce ne dia la ricompensa, ci ha insegnato anche ad agire in modo che le nostre opere siano, per coloro che le vedono, un tacito incitamento al bene: « La vostra luce risplenda dinanzi agli uomini in modo tale che, vedendo le vostre opere buone, diano gloria al Padre vostro, che è nei cieli » (Mt. 5, 16). S. Gregorio ci insegna come conciliare i due insegnamenti del Signore: « L’opera sia pubblica - egli dice - ma l’intenzione rimanga occulta, affinchè così diamo al prossimo l’esempio di un’opera buona e, nello stesso tempo, con l’intenzione, con la quale cerchiamo di piacere a Dio solo, desideriamo sempre il segreto ». Vi è una grande differenza tra colui che fa ostentazione del bene compiendolo per attirarsi le lodi altrui, o forse anche per guadagnarsi una certa fama di santità, e colui che, agendo con retta intenzione unicamente per piacere a Dio, è con la sua condotta luce e guida per coloro che gli vivono accanto. Quando l’intenzione è retta - ossia dar gloria a Dio e procurare di attirare altre anime al suo servizio - non dobbiamo temere che le nostre opere buone siano vedute, anzi dobbiamo sentire la responsabilità di comportarci in modo che la nostra condotta sia di edificazione agli altri. 

Ogni anima di vita interiore, pur cercando di piacere soltanto al Padre celeste, deve essere un’apostola dell’esempio; la sua vita di pietà sincera, di virtù soda, di unione con Dio deve risplendere davanti agli uomini e deve richiamarli alla preghiera, al raccoglimento, alla ricerca delle cose celesti. Ciò è possibile a tutti ed in Ogni ambiente di vita: lo può fare il professionista in mezzo al mondo, tra i colleghi, gli alunni o i clienti; lo può fare la sposa e la madre nella cerchia della famiglia; può farlo il religioso e la religiosa nell’ambito della propria Comunità; può farlo il sacerdote nel raggio della sua azione. 

Un’anima di vera vita interiore è di per sè un apostolo, è, come dice Gesù, « una città posta sul monte [che] non può rimanere nascosta », è una lucerna accesa messa « sul candeliere, perchè faccia lume a tutti quelli che sono in casa » (Mt. 5, 14 e 15). Quanto più la vita interiore è profonda, tanto più la lucerna splende, illumina le anime e le attira a Dio. 

Colloquio - « Dio mio, nulla è più freddo di un cristiano che non si cura della salvezza degli altri! Per dispensarmene non posso addurre come pretesto la povertà. Pietro diceva: ‘ Non ho argento, nè oro ’; Paolo era tanto povero che spesso soffriva la fame. Non posso addurre la mia umile condizione, perchè anch’essi non erano nobili e non avevano nobili genitori. 

« Non posso neppure scusarmi, o Signore, dicendo che sono ignorante, perchè anch’essi lo erano. Anche se io fossi uno schiavo e per giunta fuggitivo, potrei assolvere il mio compito: anche Onesimo era tale. Non posso obiettare che sono malato, perchè anche Timoteo era spesso infermo. 

« O Signore, la tua luce mi fa comprendere che anch’io posso giovare al prossimo, se adempio il mio dovere. E questo lo farò, se osserverò la tua legge e specialmente la legge dell’amore con la quale s’insegna la bontà a quelli che ci offendono. I mondani sono commossi più dalla vita buona che dai miracoli; e Tu mi dici che nulla rende buona la vita più della carità e dell’amore del prossimo. Aiutami dunque, o Signore, a condurre una vita santa, a fare opere buone, in modo che chi mi osserva possa dar lode al tuo nome » (cfr. S. Giovanni Crisostomo). 

« O Signore, concedimi di credere col cuore, di professare con la bocca e di mettere in pratica la tua parola, affinchè gli uomini, vedendo le mie opere buone, glorifichino te, Padre nostro che sei nei cieli, per Gesù Cristo nostro Signore, al quale spetta la gloria nei secoli dei secoli. Amen » (Origene). 



[Scritto tratto da “Intimità Divina”, di Padre Gabriele di S. Maria Maddalena, pubblicato dal Monastero S. Giuseppe delle Carmelitane Scalze di Roma, imprimatur: Vicetiae, 4 martii 1967, + C. Fanton, Ep.us Aux.].

martedì 23 aprile 2019

Suore di clausura a Verona


Esistono dei monasteri di clausura a Verona o in altri paesi della provincia? In passato il Veneto era una roccaforte del cattolicesimo e un fertile vivaio di vocazioni religiose. Verso la fine anni sessanta in tutta Italia è cominciato un drammatico tracollo del numero di ragazze che accettavano di rispondere alla chiamata di Dio alla vita religiosa. Purtroppo, anche in Veneto c'è stato un crollo di nuove aspiranti che ha portato alla desertificazione monastica, cioè a un drastico calo dei monasteri di clausura. Speriamo che a Verona (ma anche nel resto di'Italia) tornino a fiorire numerosi monasteri di clausura nei quali poter dare tanta gloria a Dio. Infatti le monache, grazie alle loro preghiere, ottengono numerose grazie dal Signore, ad esempio tante conversioni.


Tempo fa una mia ragazza mi ha scritto una lettera molto bella circa il tema della vita consacrata. Ecco un brano della sua e-mail: "Il mio più grande desiderio è quello di consolare Gesù, curare le sue piaghe, adorarlo, asciugare le sue lacrime, passare la mia vita con Lui, dargli tutto, non tenere niente per me, e sacrificare tutto per amor suo, vivere di Lui, per Lui, in Lui; amarlo fino a fondermi completamente in Lui, contemplarlo, supplicarlo di salvare i peccatori, di accordare la sua misericordia, di dar loro la fede. Voglio consolare Gesù per tutti gli oltraggi fatti al suo Sacro Cuore e al Cuore Immacolato di sua Madre. Se potessi, mi piacerebbe fargli dimenticare tutte le sue sofferenze, asciugare le lacrime che ha versato per noi."

lunedì 1 aprile 2019

I voti vanno rinnovati con gratitudine


Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez (1526 - 1616).


Inoltre, i voti vanno rinnovati con gratitudine per il beneficio ricevuto, come abbiamo detto più su (Capo VI) parlando del beato Arsenio. Celebriamo durante l'anno questa doppia festa in ringraziamento, in ricordo e in riconoscimento dell'enorme beneficio che il Signore ci ha fatto togliendoci dal mondo e conducendoci nella Religione, principio di ogni nostro bene e segno della nostra predestinazione. Come ogni anno la Chiesa fa gran festa nel giorno della Dedicazione di un Tempio materiale, così è giusto che celebriamo anche noi la dedicazione della nostra anima, che è tempio vivo di Dio.
   E poiché il miglior modo di mostrare la propria gratitudine è mostrarla con le opere (Part. 2, trat, 7, c. 6; trat. 8, c. 5), l'atto di rinnovazione di cui stiamo parlando sarà molto gradito a Dio, se sarà fatto come si deve, cioè cercando di corroborarci nell'esercizio dei nostri voti, e di osservarli meglio per l'avvenire. Questo, come dice S. Gregorio (Moral. l. 22, c. 4), è quello che l'apostolo S. Paolo vuol dire con l'espressione: «Rinnovatevi nello spirito» (Eph. 4, 23), e questo chiede il nostro santo Padre: rinnovamento spirituale, non soltanto esteriore, a parole. Quando un'immagine è diventata vecchia e scolorita e quasi non si vedono più le forme e le figure, la si rinnova, dandole nuovi colori e sfumature e diventa così piacevole e bella come se fosse fatta di fresco. Anche noi andiamo invecchiando, ci stanchiamo, quasi perdiamo vigore: il nostro corpo corruttibile, la natura coro rotta e incline al male ci trascinano e vorrebbero farci seguire le loro tendenze e i loro appetiti (cfr Sap 9, 15). È necessario che ritorniamo in noi stessi, che ci rinnoviamo nei propositi e nei desideri. Se vogliamo che in noi le virtù non perdano vigore, è necessario, dice ancora S. Gregorio, che ogni giorno facciamo conto di cominciare daccapo. Ricordati del proposito, del fervore e dello slancio con cui cominciasti quest'impresa, con cui entrasti nella vita religiosa e ricomincia con lo stesso impeto e con lo stesso intrepido coraggio. Ecco che cosa significa rinnovarsi: ciò sarà anche un bel ringraziamento per il beneficio ricevuto e sarà molto gradito a Dio.
    Cassiano riferisce una breve e compendiosa esortazione fatta dall'abate Panuzio per l'ingresso di un novizio alla presenza degli altri religiosi e che ciascuno può applicare a se stesso, con molto vantaggio per lo scopo di cui stiamo parlando: «Ti sei ormai dato ed offerto tutto a Dio, rinunziando alle cose del mondo; guardati dal riprendere quello cui hai rinunziato (Cass. De institut. renunt. 1. 4, c. 36). Hai rinunziato ai beni col voto di povertà; non tornare ad affezionarti ai nonnulla qui in religione, perché ti gioverebbe poco aver lasciato le cose grandi, se poi ricercassi le piccole. Hai rinunziato alla tua volontà e al tuo giudizio col voto di obbedienza: guardati dal riprenderteli, anzi dì con la Sposa dei Cantici: Eccomi spogliata della mia volontà e del mio giudizio; non voglia mai Iddio che torni ad esser mio. Hai rinunziato e abbandonato i diletti, i piaceri e i divertimenti del mondo e della carne; guardati dal farli rientrare. Hai disprezzato la volontà, la superbia e la stima del mondo: sta bene attento che non resuscitino in te, quando sarai diventato un anziano, un sacerdote, un professore o predicatore; abbi cura di non riedificare ciò che avevi smantellato e distrutto, come dice l'apostolo (Cfr. Gal 2, 18), perché sarebbe come tornare indietro dopo aver posto mano all'aratro; ma persevera fino alla fine nella povertà e nudità che hai promesso a Dio, nell'umiltà e pazienza in cui hai perseverato per tanti giorni, chiedendo con lacrime di esser ricevuto.
    I santi Basilio, Bernardo e Bonaventura aggiungono un altro motivo: Bada che non sei più tuo, ma tutto quello che hai è di Dio (BASIL. Reg. fusius disputat. 19; serm. de abdicatione rerum. - BERNARD. serm. 19 in Cantic. - BONAV. de informat. novitior. c. 2); perché ormai ti sei offerto e consegnato completamente alla sua divina maestà per mezzo dei voti. Pertanto, guardati dal riprenderti abusivamente quello che avevi dato, perché sarebbe un furto: prendere l'altrui contro la volontà del suo proprietario, è rubare! Non abbiamo detto più su che chi entra in Religione dà a Dio l'albero con i suoi frutti? Ora, se uno desse ad un altro un albero, trapiantandolo dal suo orto, e poi andasse a prendere i frutti, non farebbe un furto? Ebbene, questo fa il religioso che fa la sua volontà, e non quella del superiore; e per di più, dicono, è un sacrilegio, perché si tratta di cosa offerta a Dio; è un furto sacrilego, molto odiato da Dio che ce lo dice per bocca del Profeta Isaia: «Perché io sono il Signore, che amo la giustizia, e odio la rapina nell'olocausto» (Isa. 61, 8). Nell'olocausto che è tutto di Dio, che è stato offerto alla sua maestà, chi osa rubare? S. Bernardo dice che non c'è sacrilegio peggiore del riprendersi la volontà offerta a Dio per voto, perché quanto maggiore è l'offerta, tanto più grave è il furto che si commette nel riprenderla.
   Aggiungiamo qui quanto si aggiunge nella legge dell'olocausto. A tal punto Dio voleva che nell'olocausto fosse tutto offerto a lui e bruciato in suo onore, che comandava che dopo l'offerta si tornasse ad offrire e a bruciare quelle ceneri, perché, se ci fosse rimasto qualche ossicino o qualche pezzetto di carne si consumassero completamente e divenissero cenere. Ecco dunque, quel che facciamo noi: vogliamo rioffrire una seconda ed una terza volta l'olocausto già offerto in principio, perché, se ci fosse rimasto qualcosa, un ossicino, una grossezza o una scheggia, si consumi completamente e diventi cenere, in onore di Dio (Lev 6, 11).
   S. Agostino commenta a questo proposito il versetto del Genesi: «Il Signore Iddio prese dunque l'uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse» (Gen. 2, 15). Vediamo, dice il santo, che cosa lo Spirito Santo vuole dirci con ciò. Volle forse che Adamo esercitasse l'agricoltura, zappasse la terra e la coltivasse? Non è da credere, che, prima del peccato, fosse obbligato da Dio a quei lavori (Lib. 8, sup. Gen.). Sebbene qualche lavoretto sotto forma di trattenimento, come sogliono far molti nei loro orti o nei giardini, non fosse contrario a quello stato di innocenza, pure una costrizione, sotto lo stimolo della necessità, non si addiceva a quello stato, né era necessaria perché la terra dava il suo, frutto senza lavoro. Che significa allora che Dio mise l'uomo nel paradiso perché lo custodisse? Da chi doveva guardarlo, se non c'era nemico da temere? Né doveva guardarlo dagli animali, perché prima del peccato essi non facevano nessun male né all'uomo né alle sue cose. E se ciò fosse stato da temere, non lo avrebbe certo potuto fare un uomo solo, in un luogo grande come il paradiso, contro tanti animali quanti ce n'erano; sarebbe stato necessario un recinto così grande che non vi potesse entrare il serpente, e, prima di farlo, sarebbe stato necessario cacciar fuori tutti i serpenti e tutti gli altri animali che c'erano dentro. Non bisogna dunque intendere che Dio abbia messo l'uomo nel paradiso per farlo custodire materialmente e zappare o arare. Allora, che vuol dire «perché lo coltivasse e lo custodisse?» Lo vuoi sapere, chiede il santo? Vuol dire che Dio pose l'uomo nel paradiso perché vi mettesse in pratica i precetti che gli aveva dato, e praticandoli si conservasse il paradiso, senza perderlo, come lo perdette, perché non li mise in pratica.
   Applichiamo ora tutto ciò al nostro proposito. Perché credi che Dio ti abbia introdotto nel paradiso della vita religiosa, che da molti è chiamata un santo paradiso? Lo vuoi sapere? Perché tu vi pratichi i precetti e i comandamenti di Dio e i consigli evangelici, contenuti nelle nostre regole; e perché mettendoli in pratica, tu ti conservi questo paradiso senza perderlo, come lo hanno perduto quanti non hanno saputo custodirlo.
   S. Agostino dà di queste parole anche un'altra spiegazione: Esamina molto bene che non dice la Scrittura: Lo pose nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (il giardino), ma che il pronome lo si può riferire anche all'uomo. A S. Agostino piace di più questa interpretazione. Dio non pose l'uomo nel paradiso perché lavorasse e custodisse quel luogo, ma per lavorare Dio e custodire lì l'uomo. Come si dice che l'uomo lavora la terra, non perché la fa essere terra, ma perché la rende fruttifera coltivandola, così, e con maggior ragione, si dirà che Dio, il quale creò l'uomo dal nulla, lo lavora quando lo fa giusto, santo e perfetto. A questo scopo lo mise nel paradiso terrestre, per continuare a lavorarlo e perfezionarlo e per custodirlo fino al giorno in cui dal paradiso terrestre lo avrebbe trasferito in quello celeste, dandogli la beatitudine. Allo stesso modo, non credere che Dio ti abbia condotto nel paradiso della religione, perché tu debba lavorarlo e custodirlo, ché esso ha ortolano e difesa migliori, ma per lavorare te, per far di te un uomo mortificato, uno spirituale, per farne un uomo santo e perfetto, e poter ti così trasferire da questo paradiso terreno a quello celeste.
   Con queste ed altre simili considerazioni dobbiamo aiutarci per corrispondere alla grazia di quest'atto di rinnovazione dei voti e conseguirne il frutto. E se dovesse spaventarti il lavoro della vita religiosa, ricordati del premio che ci è promesso (cfr. Hebr. 10, 35). S. Francesco, esortando e rianimando i suoi frati, soleva ripetere spesso: Fratelli miei, è cosa grande quella che abbiamo promessa; ma maggiori sono quelle che ci sono state promesse; osserviamo quella e sospiriamo per queste (Hist. Minor. p. 1, l. 1, c. 51). Quando i frati fanno professione a Dio con la promessa dei voti, il superiore dice loro: Anch'io ti prometto la vita eterna. Anch'io, da parte di Dio, ti prometto la vita eterna se custodirai la tua promessa, e te lo prometto con cedola firmata da Cristo stesso, il quale ha detto nel santo Vangelo: «Avrai un tesoro» grande e abbondantissimo nel cielo (Matth 19, 21).


[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di virtù cristiane" di Padre Alfonso Rodriguez, SEI, Torino, 1931]. 

giovedì 28 marzo 2019

Suore di clausura Piacenza

Le suore di clausura a Piacenza (Emilia-Romagna) hanno un monastero di carmelitane scalze, le quali seguono la spiritualità di Santa Teresa d'Avila, l'eroica riformatrice del Carmelo.

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Dagli scritti di Padre Alfonso Rodriguez (1526 - 1616).

Il voto di povertà è il fondamento della perfezione religiosa


   «Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli!» (Matth 5, 3). Con queste parole Cristo nostro Redentore diede principio al sovrano discorso del Monte e alle otto beatitudini. Sebbene alcuni santi e dottori applichino queste parole all'umiltà, pure altri, e con molta ragione, le intendono della povertà volontaria e specialmente di quella che professiamo noi religiosi. In questo, che è il senso di S. Basilio e di molti altri santi, le prenderemo noi ora (Reg. Brevior., Interog. 205). Non è piccola lode di questa povertà di spirito il fatto che Cristo abbia cominciato con essa quel magnifico sermone e ne abbia fatta la prima delle beatitudini. Ma lode ancora maggiore sono le opere e gli esempi con cui l'ha insegnata per tutta la vita; perché la prima lezione fu quella che nascendo ci dette dalla cattedra del presepe, questo gran Maestro. Questo ci insegna la stalla, questo ci insegnano quei poveri panni, questo il fieno e il fiato degli animali di cui ci fu bisogno per riscaldarlo. Tale fu anche l'ultima lezione dataci, perché fosse più memorabile, dalla cattedra della croce, morendo nudo e in somma povertà, tanto che per seppellirlo fu necessario un lenzuolo avuto in elemosina. Poteva aversi povertà maggiore? Quali furono l'inizio e la fine, tale fu tutta la vita, perché non aveva un denaro per pagare il tributo, non aveva una casa dove riposare e celebrare la Pasqua coi discepoli, ma tutto dovette essergli imprestato. Dice il Redentore: «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli dell'aria dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo (Matth 8, 20).

   Il Redentore del mondo volle che il fondamento della sua Chiesa fosse la povertà evangelica: «Se vuoi essere perfetto, va', vendi quanto hai, dallo ai poveri» (Matth. 19, 21), e perciò volle confortarla col suo autorevole esempio. E tale fondamento della povertà vediamo ben impresso fin dal principio della Chiesa primitiva, dove non c'era mio e tuo tra i fedeli, come ci raccontano gli Atti degli Apostoli, ma tutto era comune, perché tutti quelli che possedevano case,  terre, o altro «li vendevano, poi preso il prezzo delle cose vendute, lo deponevano ai piedi degli apostoli e si distribuiva a ciascuno secondo il suo bisogno» (Act 4, 32-35). Dice S. Gerolamo che col gesto di mettere il prezzo ai piedi degli apostoli volevano dire che le ricchezze sono da calpestarsi e disprezzarsi (Epist. ad Demetr. n. 14). E S. Cipriano, Basilio, Gerolamo ed altri dicono che, in quel modo i fedeli facevano il loro voto di povertà, come lo prova anche l’episodio di Anania e Saffira che, per aver nascosto parte del prezzo della loro eredità, furono castigati con la morte improvvisa, ciò che significa che c'era un voto, altrimenti non avrebbero meritato così grave castigo (S. CYPR. l. 2 ad Quirimil. c. 30; S. BASIL. serm. de institut. Monach.; HIERON. in epist. ad Paulin. de institut. Monach. et epist. ad Demetr.).
   Essendo, stata la Chiesa istruita da tale divina dottrina, i santi e tutti i fondatori di Ordini religiosi hanno messo il voto di povertà a base e saldo fondamento delle loro istituzioni. Anche il nostro santo Padre, seguendo una dottrina così antica, quando comincia a trattare della povertà, dice: «La povertà, come saldo muro della religione, deve tenersi cara e conservare nella sua purezza, quanto con la divina grazia sarà possibile» (Constit., p. 6, c. 2, § 1). La povertà è muro e fondamento delle vita religiosa. Accade qui il contrario di quanto avviene nel mondo dove il fondamento degli stati e delle primogeniture è una ricca proprietà: il fondamento dello stato religioso e della più alta perfezione è la povertà, perché, dovendo noi elevare un edificio ben diverso da quelli del mondo, anche il fondamento deve essere diverso.
   Questo volle insegnarci il nostro Redentore con quelle parabole riportate dal santo Vangelo, in cui dice: Qual è quell'uomo che, dovendo cominciare una torre non faccia prima i suoi conti per vedere se può condurla a termine, perché dopo non gli dicano: Costui ha cominciato a costruire, ma non ha finito? O quale re, dovendo combattere contro un altro re, non passa in rassegna le sue forze, paragonandole con quelle del nemico, che viene contro di lui con un esercito di ventimila uomini, mentre lui potrebbe uscirgli incontro con uno di diecimila? Perché, non potendo affrontarlo, sarà prudente che mandi i suoi ambasciatori a trattare le condizioni della pace. E conclude: «Così pure, chiunque non rinunzia a quanto possiede non può essere mio discepolo» (Luc 14, 33). Facendoci comprendere così che per il nostro edificio e la nostra milizia spirituale la povertà e la privazione di tutte le cose valgono quel che vale un forte esercito per la guerra e una buona somma di denaro per la costruzione di una torre. Pertanto, commentando questo passo, S. Agostino dice che il santo Vangelo per costruzione di una torre intende la perfezione di vita cristiana e che le spese e il capitale necessari per poterla costruire sono la nostra rinunzia a tutte le cose, perché in tal modo siamo più liberi e senza pesi per servire Dio e più sicuri contro il suo nemico, il demonio, il quale ha meno occasioni per assalirci e combatterci (Ep. ad Laetam, n. 3).
   S. Gerolamo (Apud Euseb. de morte, c. 30) e S. Gregorio (Homil. 32, n. 2), sviluppando questo pensiero dicono: Siamo venuti in questo mondo a combattere contro il demonio che è nudo e non possiede nulla; per poter combattere contro di lui è necessario che anche noi ci spogliamo delle nostre cose. Se uno che è vestito lotta contro un altro che è nudo, certamente cade subito, perché quello che è nudo ha per dove afferrarlo e gettarlo a terra. Volete combattere virilmente col demonio? Fuori tutto, perché non abbia per dove afferrarvi e farvi cadere! Chi più è vestito, prima sarà vinto, perché offre maggiori appigli al nemico. S. Giovanni Crisostomo si domanda per quale ragione nella Chiesa primitiva i cristiani erano tanto fervorosi, mentre oggi sono così tiepidi; e risponde che allora uscivano nudi alla lotta col demonio, essendosi prima spogliati dei loro beni; mentre ora sono ben rivestiti di benefici, patrimoni ed onori, cose tutte che impediscono e disturbano nella lotta. Lasciamo dunque le ricchezze, spogliamoci di tutte le cose del mondo, per essere così liberi e sciolti, onde poter meglio com­battere col demonio e seguire Cristo. Il combattente nudo lotta più valorosamente, il nuotatore si spoglia delle vesti per passare il fiume, il viandante, deposto il fardello, cammina più speditamente (Super Act., 2, 11, n. 4).
   Perciò il primo voto che facciamo in religione è quello di povertà, a fondamento di tutto il resto. Come, secondo S. Paolo, «la cupidigia del denaro è la radice di tutti i mali» (1 Tim 6, 10), così radice e fondamento di tutti i beni e di tutte le virtù è la povertà. Lo spiega S. Ambrogio: Come le ricchezze sono strumento di tutti i vizi, perché chi possiede denaro trova il modo di soddisfare tutti i suoi desideri, così lo spogliarsi di tutto per Cristo genera e conserva tutte le virtù, come si vede passandole in rassegna. S. Gregorio dice che la povertà conserva e custodisce l'umiltà nell'animo dei buoni (Dialog., l. 1, c. 9). Quanto alla castità è evidente quale gran mezzo siano per conservarla la povertà e l'austerità sia nel cibo che nel vestire e come si generino così le virtù dell'astinenza e della temperanza. Lo stesso potremmo dire passando in rassegna anche le altre virtù. Per questo i santi chiamano la povertà maestra e custode di tutte le virtù; altri la dicono madre, come riferisce il nostro santo Padre nelle Costituzioni: «Amino tutti la povertà come madre» (P. 3, c. 1, § 25). Essa come buona e vera madre educa e conserva nelle anime le altre virtù, e regge la disciplina religiosa. Pertanto vediamo che gli Istituti religiosi, che si sono rilassati in materia di povertà, hanno perduto lo splendore della vita religiosa, come figli che non somigliano alla loro madre. Affezioniamoci, quindi, alla povertà come a nostra madre, cioè non con un amore qualsiasi, ma con amore intenso, tenero, pieno di rispetto e di stima. S. Francesco la chiamava: Signora mia, e la Regola di S. Chiara dice: «Obblighiamoci alla signora nostra, la santa povertà».

[Brano tratto da "Esercizio di perfezione e di virtù cristiane" di Padre Alfonso Rodriguez, SEI, Torino, 1931].


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La città di Piacenza deve essere molto grata a Dio per aver avuto la grazia di avere una comunità di suore di clausura.