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domenica 4 dicembre 2011

Testimonianza di una signora

Ripubblico volentieri una toccante testimonianza scritta nell'aprile del 2011 da una gentile lettrice che da bambina desiderava diventare suora...
Caro fratello in Cristo,
                                    [...] Da tempo volevo scriverti [...]. Così oggi, nel leggere la lettera della ragazza uscita dal convento per le pressioni psicologiche della famiglia, mi sono detta: ora o mai più.
La prima cosa che vorrei dire a quella ragazza è che nessun motivo esterno alla sua vita spirituale potrà mai annullare quell’anelito, quella spinta verso Dio che ora lei crede di poter spegnere poco a poco. Nessuna ragione mondana, nessuna riuscirà a far davvero dimenticare ciò che lei ha provato e a cui è destinata. Mi spiego meglio facendo ricorso alla mia esperienza personale, che a volte è la cosa più semplice.
Da piccola ebbi certe esperienze che, senza enfasi e con molta umiltà, si potrebbero definire “mistiche”. Pregavo molto e amavo intensamente Gesù. Soprattutto mi attraevano i due misteri, direi, più caratteristici della nostra fede: l’Incarnazione e la Passione. Passavo ore davanti al Presepe e vivevo molto intensamente la Settimana Santa. Senza avere nessuna cognizione di teologia o di liturgia, posso affermare che sentivo la Santa Messa come la presenza del sacrificio di Nostro Signore. Andavo a scuola da delle monache domenicane, a cui sono infinitamente grata perché le basi spirituali me le diedero solo loro, dato che, nella mia famiglia, solo la nonna paterna aveva una certa devozione [...]. Per il resto: indifferenza e poi persino disprezzo per la Chiesa e per la religione. La parabola della mia famiglia è assolutamente tipica dell’Italia del boom economico: progressiva secolarizzazione, consumismo come progressismo, voto a favore del divorzio e dell’aborto, e un lungo eccetera.... Così io, quando arrivai all’adolescenza, cominciai provare per la mia religiosità vergogna, e quasi quasi mi sentivo in colpa in confronto ai miei genitori. Ovvero sentivo su di me le loro proiezioni di voglia di successo, di scalare la piramide sociale, insomma di ricevere da me fatti concreti che li facessero felici.
È così che, sotto queste pressioni, abbandonai l’idea di farmi suora e poi anche la fede. Si arrivò all’assurdo, al paradosso che se andavo in discoteca e tornavo tardi, la cosa era vista come normalissima, ma se invece andavo in chiesa, alla Messa, allora dovevo mentire per non vedere lo sguardo torvo e inquisitoriale di mia madre, e non sentirmi in colpa per deluderla. Dalla fine del liceo in poi, la mia vita è stata come una progressiva abiura di ciò che era la mia vocazione e un buttarmi nella vita per ottenere quei risultati che i miei si aspettavano da me. Laurea brillante. Vittoria di un concorso internazionale per entrare in una scuola prestigiosa di cinema. Contratti nel mondo dell’industria audiovisiva. Un matrimonio con un regista e un figlio. Casa a Roma e a Madrid. Viaggi, premi, ecc.
Tutto inutile. Un vuoto prodotto dalla vocazione rifiutata e tradita si spalancava sempre di più, fino a convertirsi in una voragine. Tra l’altro, quando la propria famiglia impone questo tipo di scelte, attraverso ricatti emozionali, poi di sicuro non è mai contenta. Voglio dire che chiede, pretende sempre di più, per una ragione molto semplice, anche se terribilmente “perversa”: perché ha cercato di raggiungere la felicità proiettando su altri (sui figli) le proprie frustrazioni o le proprie illusioni, senza rispettare davvero l’essenza profonda, l’essere degli stessi figli, il loro spirito. È un meccanismo patologico che può produrre solo dolore e insoddisfazione.
Mi ci è voluto tempo e tanta sofferenza per capire il perché non mi sentivo soddisfatta da tutti i successi che ero riuscita a raccogliere e a offrire alla mia famiglia. Erano “falsi”. Non erano i successi a cui io davvero aspiravo. Non era quella la vita a cui ero destinata. Così, poco a poco, ho cominciato a “disfare” una vita che avevo costruito per gli altri e che non corrispondeva al mio vero essere. Sono uscita dal mondo dello spettacolo. Ho cominciato a lavorare come insegnante. Ho dovuto fare un cammino tortuoso per tornare a “casa”, come il figlio prodigo con cui tanto mi identifico. Nonostante il disprezzo di mia madre, ho cercato di capire che cos’era ciò che avevo abbandonato e che ormai stava sepolto sotto tante esperienze e distrazioni.
Mi ci sono voluti quasi dodici anni per ritornare alla casa del Padre. E da quando, il 13 febbraio del 2005, il giorno della morte di Suor Lucia di Fatima, mi riconvertii, ho pianto molto, moltissimo. Come Francesco e altri convertiti, piangiamo per la nostra cecità, la nostra vigliaccheria, il nostro tradimento a Dio, per tutto il tempo perso e per la vita “sbagliata” che abbiamo vissuto...
Anche se so che, nella immensa misericordia di Dio, persino i nostri sbagli più grossolani si convertono in passi di avvicinamento a Lui, il dolore acuto per non aver saputo abbracciare la grazia che il Signore mi aveva fatto quando ero piccola continua a farmi male. In questi sei anni dalla mia conversione, e lottando tutti i giorni per continuare a convertirmi, ho accarezzato l’idea di poter entrare in un Carmelo di stretta osservanza. Solo un miracolo potrà far sì che questo sogno si avveri. Mio figlio ha compiuto 18 anni e sto accudendo mio padre di quasi 79 anni. Non so se mi sarà concessa l’immensa grazia di morire con l’abito carmelitano. Però non mi preoccupo più di tanto, perché so che in ogni caso sarà per il mio bene e, soprattutto, sarà fatta la volontà di Dio. Ma quando scrivo o parlo con alcune sorelle carmelitane non posso non piangere per quello che avrebbe potuto essere e non è stato a causa della mia debolezza...
Così a quella giovane, le dico solo che si guardi dentro, nella solitudine della preghiera, che vada a fondo, fino alla radice della sua vocazione. E che se davvero scoprisse che è nata per servire Dio, nella clausura o nella vita attiva, allora si ricordi delle parole di Gesù, lasci gli obblighi familiari e le ambizioni altrui e lo segua. Come dice Sant’Agostino, solo in Dio un cuore innamorato di Lui potrà trovare riposo.
Che Dio benedica te, quella giovane anima e tutti coloro che si avvicinano al Signore grazie ai tuoi blog.
Firmo questa lettera con il nome che mi piacerebbe avere se potessi prendere i voti come carmelitana scalza: Edith Teresa Maria della Divina Misericordia.